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Come sono passata da avvocato "tradizionale" a Cyber Legale: Ep. 1

vita da cyber legale Dec 21, 2022
Luisa di Giacomo racconta "Vita da Cyber Legale", episodio 1: Come sono passata da avvocato "tradizionale" a Cyber Legale - Episodio 1

Quando ormai molti (purtroppo) anni fa mi sono laureata all’università di Torino, non avevo le idee molto chiare su quello che volevo fare nella vita, ma sapevo benissimo che cosa non volevo fare: l’avvocato. Lo dicevo ai quattro venti: mi sono laureata in giurisprudenza, ma non voglio fare l’avvocato, mai e poi mai di tutti i mai del mondo. Avevo idee confuse e un po’ romantiche su carriere internazionali, viaggi, aziende importanti. In altre parole, avevo la testa piena di sogni, ma nessun progetto concreto. Succede. Conosco persone che a 14 anni dichiaravano di voler fare questo o quell’altro, e oggi, trent’anni dopo, fanno effettivamente questo o quell’altro, e persone che a 14 anni volevano fare gli astronauti e oggi, trent’anni dopo, non solo non fanno gli astronauti, ma hanno addirittura paura di prendere un aereo. Come dicevo, succede. Siccome però la vita non sta ad aspettare che una prenda le sue decisioni, è capitato che, un po’ spinta e un po’ tirata, io abbia prima fatto la pratica in uno studio di diritto civile generico e poi sia effettivamente diventata avvocato. Ho lavorato prima un po’ nello studio in cui avevo fatto la pratica, poi in un altro studio un po’ più grande, ma sempre a gestione familiare, poi, dopo un paio di colloqui andati bene, sono entrata in uno studio medio-grande di Torino in cui mi occupavo in via esclusiva di diritto del lavoro di parte datoriale.

 

La vita da libero professionista

Nessuno mi aveva mai detto che ci fossero orari da rispettare, ma era una regola non scritta, e tuttavia applicata in maniera ferrea, che chi se ne andava prima delle 19 veniva guardato male, come uno a cui “casca la penna”, come uno che non prendeva sul serio le possibilità di fare carriera all’interno dello studio: insomma, come spesso accade a tutti noi giovani virgulti dell’avvocatura, facevo la finta libera professionista, nei fatti impiegata, con tutti gli svantaggi di entrambe le situazioni e pochissimi vantaggi: niente ferie, malattia o altro welfare, orari inconciliabili con qualsiasi ipotesi di vita privata, fatturato ridicolo (2.000 euro al mese da cui togliere cassa forense, tasse, assicurazione professionale a mio carico e iscrizione all’albo) per una media di 10/12 ore di lavoro al giorno. Non proprio un sogno che prende vita, anche se all’epoca mi dicevo che la gavetta è importante ed imprescindibile per ogni carriera che si rispetti.

Qualcuno di voi si ritrova in questa descrizione? Io ci sono stata dentro un secolo, e non mi piaceva per niente. E ci ho provato, davvero. Ci ho provato, per anni, ma non faceva per me e considerato anche il fatto che detesto litigare, passare più della metà del mio tempo a discutere con le controparti non era forse la soluzione migliore per guadagnarmi da vivere per i 40 anni successivi. Dopo dieci anni di questa solfa e molte lamentele inconcludenti, ho deciso di smettere e di provare a cambiare qualcosa.

 

Mi sono messa in proprio

Ci sono episodi del passato, cose che ho fatto, che, quando le riguardo adesso, mi sembrano imprese impossibili, eppure nel momento in cui le ho fatte non solo non mi parevano un gran che, ma anzi, mi sembravano sfide minuscole (ad esempio ogni tanto mi capita per le mani il manuale di diritto amministrativo e penso: come ho fatto a passare questo esame?). Mettersi in proprio come avvocato, con all’attivo cinque clienti (piccoli. Cinque clienti piccoli, con pratiche piccole e onorari piccoli) è stata una di queste cose. Chi di voi lo ha fatto, sa di che cosa parlo e conosce quella sensazione di ansia che ti prende alle tre del mattino, quando ti svegli di soprassalto perché hai sognato di aver bucato una scadenza, di aver lasciato scadere i termini per un appello, di non aver depositato la seconda memoria di 183, di esserti dimenticato di presenziare a un’udienza di prove. E poi le spese, i clienti che pagano quando decidono loro (e generalmente non decidono mai, chissà perché) e quello che decidono loro (una volta un cliente mi ha portato un tappeto, un’altra volta una cassetta di arance) e il fatturato che non cresce mai.

 

Dove trovo nuovi clienti? Dove trovo clienti più grossi?

In Italia ci sono circa 240.000 avvocati (ma all’epoca forse qualche decina di migliaia in più, siamo anche noi in fase recessiva) e il reddito medio di un professionista sui 35 anni, l’età che avevo io quando succedeva tutto questo, si aggira intorno ai 23.000 euro l’anno. Non sono numeri incoraggianti, e non c’è bisogno di essere un genio della matematica per arrivarci. Mi sentivo bloccata, volevo cambiare lavoro, cambiare vita, ma non solo realisticamente non era possibile, dal momento che avevo la mia famiglia a cui pensare, ma soprattutto mi scontravo contro una ineluttabile realtà: sapevo fare solo quello. Erano più di dieci anni che facevo l’avvocato, non avevo, o almeno così mi sembrava, alternative concrete, percorribili, realistiche. Nella parte alta dei 30 anni non ti puoi più permettere di pensare “mollo tutto e vado a vivere in un van ai Caraibi”, perché è vero che le possibilità sono ancora molte e variegate, ma inevitabilmente la forbice si stringe man mano che vai avanti, ti sposi, hai figli, cani, pesci rossi eccetera. Mi serviva una svolta, che a un certo punto è arrivata sotto forma di una proposta di collaborazione da parte di uno studio di commercialisti e legali associati.

Molto spesso sento Colleghi, anche molto più giovani di me, dire che bisogna difendere il proprio know-how, che la concorrenza è troppo forte per condividere i propri clienti e il proprio fatturato con altri, ma la mia esperienza dice qualcosa di diverso: dice, al contrario, che uno più uno a volte fa più di due, che mettendo insieme due avvocati piccoli, magari con aree di esperienza diverse, con fatturati piccoli, si può arrivare a condividere un fatturato che non è proprio corretto definire grande, ma che comincia a dare maggiore soddisfazione, non solo in termini strettamente economici, ma anche di migliore gestione del lavoro. E questo è un consiglio che mi sento di dare a tutti i Colleghi che si affacciano in questo mondo difficile e competitivo: trovatevi degli alleati, qualcuno con cui condividere non solo i clienti e il fatturato, ma anche le preoccupazioni che vi svegliano alle tre del mattino, perché non c’è (quasi) niente che consola di più come sentire qualcuno che ti dice non ti preoccupare, la memoria che ti stavi dimenticando tu, l’ho depositata io.

 

Un nuova figura lavorativa, il Cyber Legale

Sono molto grata a quella opportunità di collaborazione, che ancora non risolveva il mio problema fondamentale, ossia l’insoddisfazione e l’insofferenza crescente verso un mestiere e un ambiente, quello del tribunale, che sentivo sempre meno mio (ci sono Colleghi che nascono per essere animali da aula, io dopo lo shock della mia prima udienza da praticante meno frequentavo il palazzo di giustizia, meglio stavo), ma che è stato il primo passo verso il mio “nuovo” mestiere: quello di Cyber Legale. Facebook era arrivato da poco, seguito a ruota da Instagram e dagli altri social, ma eravamo ancora lontani dall’esplosione a cui siamo abituati oggi: in termini di avanzamento tecnologico un anno equivale a un’era geologica e se ci mettiamo che negli ultimi due anni abbiamo assistito a una pandemia e ad una guerra, gli anni dal 2020 ad oggi di ere geologiche ne fanno tre o quattro. Mentirei se dicessi che avevo capito, o anche solo intuito che il web aveva la possibilità di offrirmi non un nuovo lavoro, ma un modo nuovo di fare il mio vecchio lavoro, cioè di coniugare il fatto che “sapevo fare solo quello” con qualcosa che mi desse soddisfazione. Spirituale, certo, ma anche economica, perché le rate di mutuo, purtroppo, vanno pagate con denaro reale. Per me la privacy in quel periodo era soltanto una frase alla fine di ogni modulo, l’informativa da firmare in banca, il consenso da inserire in fondo al curriculum vitae (ho poi scoperto molto dopo che non ci vuole alcun consenso in fondo al curriculum vitae), la cyber security una materia ostica e complicata, appannaggio di nerd, smanettoni e laureati in ingegneria informatica, e il web un posto in cui cercare informazioni e trascorrere del tempo di relax. Non avevo alcuna idea del valore dei dati, miei o altrui, delle possibilità di lavoro o di guadagno che si celavano dietro un decreto legislativo, il 196/03, di cui non avevo mai letto il testo integrale.

Poi, un giorno, è successa la cosa che ha cambiato tutto: la telefonata di un cliente che mi chiamava per assisterlo urgentemente e che mi ha fatto scoprire un mondo inaspettato, che mi avrebbe portato a “cambiare lavoro senza cambiare lavoro” e ad intraprendere la carriera di Cyber Legale. Ma di questo parleremo nel prossimo episodio.

Luisa Di Giacomo, Cyber Avvocato e DPO, Co-founder di CyberAcademy e docente di Data Protection

 

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